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Caffé Agadir

Preludio

Sono attratta da Bahnhofstraße, via Stazione, e dalla zona attigua alla stazione di Bolzano da quando, nel 2014 mi sono trasferita a vivere ai confini del centro di Bolzano, ai piedi del bosco del Virgolo, in un rione ancora parte del quartiere Centro – Piani – Rencio, margine estremo della stazione di Bolzano, sia dal punto di vista fisico (è la zona dove i treni rallentano per entrare in stazione), così come da un’affinità elettiva. Era l’anno in cui anche la mia strada, insieme a tutta la zona della stazione, iniziava ad essere investita da due semplici parole che avrebbero portato negli anni a venire ad importanti conseguenze: degrado e riqualificazione.
Il caso aveva voluto che questo mio andare ad abitare nella zona della stazione fosse un ritorno alle origini: anche mia mamma, nel dopoguerra, era cresciuta in quel rione, a Pié di Virgolo, dove oggi si trova il benzinaio, in delle case baracche improvvisate. Accanto alla mia esperienza, si intrecciava quindi la sua.

Il caso aveva voluto che questo mio andare ad abitare nella zona della stazione fosse un ritorno alle origini: anche mia mamma, nel dopoguerra, era cresciuta in quel rione, a Pié di Virgolo, dove oggi si trova il benzinaio, in delle case baracche improvvisate. Accanto alla mia esperienza, si intrecciava quindi la sua.

Il caffè Agadir

Bar gestito da marocchini, a qualche centinaio di metri e pochi passi da Bahnhofstraße, chiuso nel 2016 per pressioni dei residenti e per continue retate della polizia. Il caffè Agadir era un baraccio, un porto di strada, un movimento continuo e non ben definito di ragazzi originari del maghreb che vi giungevano in bicicletta. Possiamo supporre che fosse un luogo di spaccio, un’appendice di quel famigerato parco della Stazione, così vicino al fiume e al ponte Loreto, coi suoi anfratti lontani dagli occhi…eppure il caffè Agadir era anche un brulicare di vita, uno scoppiare di non conformità, con le puttane che ci passeggiavano davanti, i vecchi che sorseggiavano caffè…ci sono entrata una volta al caffè Agadir, di pomeriggio, ho bevuto un caffè, la tivù era accesa, erano stati gentili al caffè Agadir…per il resto lo spiavo, lo desideravo, amavo guardare il suo brulicare.

Avevo trovato un buon marito, nonostante tutto ciò che credeva mio padre, nonostante il mio essere aggressiva e non stare mai al mio posto. Anzi, avevo trovato un ottimo marito. La signora del primo piano osservava dalla finestra lo scorrere della nostra vita, stupita dal fatto che mio marito non si aspettasse da me le camicie stirate. Mi erudiva sull’arte di stendere i panni, perché se stendi nel modo giusto non hai bisogno di stirare, o quasi. Mi avvicinavo ai trent’anni con fare impacciato, assolutamente incapace e interessata ad essere una buona donna di casa. Incapace a lavare i piatti, incapace a spazzare per terra, incapace a stendere. E così anche mio marito. Raccoglievo i racconti delle vecchie donne, facendomi scivolare dentro un passato di cui volevo liberarmi.
Desideravo liberarmi di una serie di gesti e luoghi nascosti nel sangue, che parlavano di fatica e di giorni trascorsi al lavabo con le mani nell’acqua fredda. Erano quei luoghi della mia città in cui mia madre bambina si aggirava per sciacquare nell’Isarco i panni sporchi dei bambini per i quali lei era sorella, amica e madre.

Ero tornata per caso sui suoi passi, ripercorrendo le strade che conducono a rivivere il tempo dimenticato. Quel tempo e luogo delimitato dal passaggio dei trenti, in quella via laterale e limitrofa, nel senso che segnava un limite immaginario tra centro e periferia, che un tempo era porta d’accesso a quella stessa città borghese che l’aveva ripudiata. Ora, nascosta dal passeggio dei benpensanti, a ridosso della stazione, era nuda e profonda, spogliata degli abiti obsoleti dell’apparenza borghese.
Il caffè Agadir animava la strada: vi confluivano orde di uomini nordafricani, intenti in giochi di carte o a sorseggiare caffè nero. Alcuni vendevano pezzi di gioia sintetica. Era un posto per soli uomini, uno di quei luoghi dove una giovane donna con un buon marito non deve andare. Questo, per lo meno, mi era parso di capire dalla risposta secca datami dal commesso del servizio chiavi all’angolo. “Piuttosto che prendere il caffè lì è meglio andare al bar dellla casa di riposo. Non solo per il discorso extracomunitari, ma sai, lì ci va spesso la polizia…”.
Eppure qualcosa mi attirava verso quel luogo davanti al quale, quando passavi, un giovane uomo sui trent’anni mi chiedeva: “prego, bella, cosa vuoi?” e tu non capivi a cosa alludesse, se ad un caffè o a una dose d’eroina.

La sera, davanti al caffè Agadir, lavoravano alcune sex worker africane. Nella notte silenziosa illuminata dai lampioni arancioni potevi sentirle dalla finestra, le puttane: le loro voci alte, intente in qualche lunga conversazione telefonica, i loro corpi ben saldi appoggiati ad un’auto in sosta. La notte i passi risuonavano sulla strada e la curva che portava verso il bosco, passando sotto il ponte della ferrovia, era foriera di presagi, di mondi lontani, di morte. Era lì, dalla casa bianca all’angolo, che nei primi anni 60 una maestra si era gettata dalla finestra, andando a fare compagnia al fantasma di una prostituta ammazzata in una grotta a due passi dall’incrocio, ai piedi del Virgolo. Mia madre rievocava quei ricordi rendendo palpabile la paura e l’oscurità che aveva provato da bambina e ora anche io guardavo in su verso la montagna con timore. La grotta, ora chiusa da un’inferriata, era ancora lì, muta.

Anche il caffè Agadir, sconosciuto agli onesti cittadini di quella città, racchiudeva in sé ricordi del dopoguerra. Era un tempo un ristorante, forse a pranzo vi riposavano gli operai intenti nella ricostruzione del ponte Loreto sfregiato dalle bombe. Unico “esercizio commerciale” di una strada da “riqualificare”, a detta di imprenditori prezzolati e amministrazioni accondiscendenti, il caffè Agadir era un bar proletario, uno dei pochi bar della città per cui utilizzare questa parola aveva ancora un senso. Anche se a ben pensarci, gli uomini che lo frequentavano non erano tutti padri di famiglia. Un giorno, tornando a casa, mi capitò di iniziare un discorso con un ragazzo marocchino, Adhmi, il nostro dialogo iniziò proprio con la fatidica domanda, che rievocava un senso orgoglioso di appartenenza: “ma vivi anche tu qui?”. Ecco, Adhmi aveva trentadue anni, occhiali scuri alla moda e nonostante, a detta sua, l’età matura, non era ancora sposato e neanche aveva dei figli. Spigliato e piacente, era anche lui un abitante di quel quartiere “degradato” di cui ormai facevo parte anche io. Cinesi e nigeriani, marocchini e libanesi, pakistani, bengalesi, iraniani, indiani, puttane e spacciatori, perdigiorno e barboni, vecchiette con il cagnolino e bambini in bicicletta. Nelle poche centinaia di metri intorno al caffè Agadir si incontrava il mondo con le sue contraddizioni e conflitti, con la sua ricchezza di colori e con le sue contaminazioni e sfaccettature. La natura si faceva strada nel bosco e per strada un altro tipo di biodiversità gettava spore profumate di aglio e curry. Sembrava esservi stata la possibilità di creare un microcosmo in un luogo quasi centrale della città. Ma i giorni di lotta dovevano ancora venire e i progetti di riqualificazione pensati da un certo imprenditore di nome Benko pesavano come un presagio di pestilenza.

Lim* è una rivista culturale multipiattaforma che vuole indagare l’identità dei luoghi usando il limite come traccia di relazioni.

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