Luoghi Individui
Molteplicità

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Radiografia di un processo creativo

Qual è la genesi di un discorso che ha a che fare con i luoghi, la loro propria denominazione e fisionomia? Chi sono le personalità deputate alla traduzione di queste esperienze in realtà universalmente condivisibili?

Ancora prima di poter dare un giudizio di valore, bisogna interrogarsi sul concetto di percezione in quanto processo di elaborazione di informazioni che analizziamo e organizziamo a seconda della nostra esperienza. Il contesto è quindi parte essenziale di questa innata riflessione che porta a definire la nostra propria identità personale.

Pur potendoci affidare ad una molteplicità di sensazioni, dobbiamo ammettere che la parte che predomina in questa nostra sperimentazione quotidiana, è la percezione visiva. Il nostro approccio alle cose e conseguentemente ai luoghi si costituisce di modelli che rimandano ad associazioni che abbiamo cominciato a fare ancor prima di averne memoria.

Questa nostra versione dei fatti è un processo di conoscenza sempre in divenire, di analisi della realtà che ci circonda, confronto con il nostro vissuto, rielaborazione e concretizzazione in comportamenti correlati. Un’esperienza personale, che definisce il nostro saper “stare al mondo”.

L’arte della fotografia applica lo stesso principio, ma non con un obiettivo di autodeterminazione, bensì con lo scopo di dirigersi ad un “pubblico”. Il suo intrinseco fine comunicativo implica che che alla base della sua resa vi sia un processo di selezione delle informazioni, una scelta dell’autore che veicolerà indiscutibilmente il contenuto, le associazioni da esso derivate e la valutazione finale.

Questo “filtro” si lega, come dicevamo prima, ad una soggettività connaturata ed allo stesso concetto di “bellezza”. L’operazione analitica di individuazione della stessa secondo Kant avviene attraverso l’iniziativa di un soggetto che sceglie di dare un giudizio su di un oggetto, dopo averne fatto esperienza. E questo ci ricollega nuovamente all’atto delle percezione, sensoriale e mentale allo stesso tempo. Nella realtà ciò si traduce in voler definire il nostro ambiente a seconda delle peculiarità e delle complessità che esso porta con sè.

Il parametro “filtro” che il nostro team di lavoro ha scelto come elemento interpretativo dei luoghi è quello del limite, per tentare di fornire un criterio interpretativo delle domande che attraverso queste premesse ci siamo posti. Limite in quanto entità definente un luogo a seconda del punto di vista da cui esso si prende in considerazione ed intrinsecamente definita dai luoghi stessi.

Le serie di fotografie da me scelte rappresentano dei contesti che incarnano queste componenti in quanto raccontano di spazi fisico-social-economicamente decomposti. Mostrano fratture che hanno generato isolamento e divisione, ma da cui allo stesso sono scaturiti spazi alternativi, che a loro volta suscitano una sensazione di appartenenza e belleza che va aldilà della semplice estetica.

La sfida del mio lavoro tiene conto del concetto stesso di limite kantiano in quanto “nozione usata per circoscrivere le pretese di conoscenza della ragione umana in rapporto a una realtà trascendente o comunque giudicata inconoscibile”. Mia la responsabilità di esprimere un giudizio e quindi porre altri limiti, con la consapevolezza che la mia interpretazione non può essere che parziale e di parte. Per questo motivo la mia volontà di collaborare anche con fotografi internazionali: un’occasione per abbattere la barriera dei limiti fisici, mettendo in discussione le fondamenta dei miei strumenti di comprensione e codificare nuove convenzioni del linguaggio che indirizza la mia coscienza urbana.

Per semplificazione e coerenza, ai fotografi è stato chiesto di dividere il materiale scelto nelle quattro sub-categorie che definiscono l’intero progetto: isole, periferie, confini come elementi di separazione, soglie come elementi di apertura e collegamento. Ho inoltre richiesto che mi fosse fornito un filo conduttore che mi permettesse di reinterpretare la storia senza perdere l’intento comunicativo dell’autore. L’integrazione di “visioni” si è rivelata la vera svolta dell’intero progetto: tutti i fotografi hanno infatti proposto una personale categorizzazione interna, ma ciò è stato da me valutato solamente dopo aver fatto le dovute ricerche sul contesto e impostato la mia versione. Un scelta maturata con l’intenzione di non farmi condizionare a priori dal loro legame e senso di appartenenza con i luoghi descritti. Il risultato è stato una contaminazione di prospettive e uno scambio di parti: l’occhio dietro la fotocamera ha portato con sè tracce che sono affiorate attraverso la mia penna, come le parole scritte hanno ridato una differente chiave di lettura all’autore. Ciò che è risultato chiaro agli attori coinvolti in questa esperienza è stato il poter asserire di aver portato alla luce il vissuto di uno spazio-tempo intriso di vita, registrato attraverso il movimento: delle passeggiate urbane che integrano la nostra percezione al preconcetto che abbiamo dei luoghi e lasciano dietro di sè una scia di bellezza che ne condensa le tante complessità.

Lim* è una rivista culturale multipiattaforma che vuole indagare l’identità dei luoghi usando il limite come traccia di relazioni.

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